La diffusione della pandemia da Covid-19 è stata profondamente impattante dal punto di vista psichico sulla popolazione. Se una parte di essa ha cercato di vivere il periodo del lockdown come una preziosa opportunità per godersi maggiormente la dimensione individuale e familiare, per moltissime persone è stato un anno di grande angoscia e malessere: chi era affetto da disagi psichici li ha amplificati o ha aggiunto altri tipi di disagi; chi viveva in un clima familiare problematico si è trovato costretto a convivere forzatamente in un ambiente conflittuale. La pandemia ci ha costretti a limitare notevolmente le nostre interazioni umane anche con le persone a noi più vicine.

I giovani, in particolare, hanno subito un drastico cambiamento del loro stile di vita: la didattica a distanza, la forzata lontananza dal gruppo degli amici, l’impossibilità di coltivare nuovi progetti di formazione e, soprattutto, il non sapere quando tutto questo avrà termine, sono tutti fattori che hanno contribuito a generare in essi un notevole senso di incertezza e disagio. Dalla conseguente solitudine ai disturbi legati all’umore e all’uso ed abuso di sostanze, il passo è breve. Nelle forme più estreme si è anche arrivati a mettere in atto condotte suicidarie.

In un simile contesto sempre più si sono diffusi i giovani “Hikikimori”. Il termine di origine giapponese, significa “stare in disparte”, “isolarsi” (dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”). Il primo ad essersi interessato a questo malessere è lo psichiatra Tamaki Sait, secondo il quale rientrerebbe nella categoria di hikikomori un giovane che trascorre la maggior parte della giornata chiuso in casa, nella propria camera, privo di interesse per lo studio o per il lavoro e rifiutando di mantenere rapporti anche con le persone a lui più vicine, come amici o parenti. Il rigetto di qualsiasi relazione con il mondo esterno, addirittura, lo spingerebbe anche a precludersi l’accesso della luce  nella propria stanza (i giovani hikikomori, spesso, sigillano le finestre con carta scura e nastro adesivo). In Italia non ci sono ancora dati ufficiali, ma si ritiene che i casi esistenti si aggirino intorno ai 100 mila e l’età media è quella dei 20 anni. Questi ragazzi scelgono volontariamente di isolarsi dal mondo,  per giorni, mesi o addirittura anni si abbandonano alla rete virtuale e alla dipendenza dai videogiochi. Non si lavano, si alimentano saltuariamente e il cibo desiderano sia lasciato dinanzi alla porta della loro stanza. Il disagio spesso si manifesta con aggressività e scoppi violenti d’ira.

Oltre ad un efficace intervento psicoterapeutico, la famiglia potrebbe essere di grande aiuto, sollecitando il ragazzo a riaprirsi al mondo esterno. Poiché i primi sintomi si manifestano nelle strutture scolastiche, sarebbe opportuno che eventuali misure vengano messe in atto anche nelle scuole, magari in sinergia con i genitori.

Al di là dei provvedimenti più o meno efficaci, la nascita di questo fenomeno dovrebbe farci riflettere. Questi ragazzi sono l’emblema di una sofferenza profonda, di una mancanza di valori in cui credere, di scarsa fiducia nella vita e in loro stessi. Sono demotivati, spenti, completamente privi di stimoli con comportamenti che sfiorano quasi l’autismo. Totalmente chiusi in loro stessi, non hanno mai coltivato la creatività; sono privi di quella spinta interiore che modella la vita, che trasforma la sofferenza in un’occasione di crescita. Una trasformazione alchemica quotidiana a cui tutti siamo sottoposti e che, forse, noi adulti non abbiamo loro trasmesso.

Dott.ssa. Silvia Laliscia
Dott.ssa. Monica Chiovolone
Dott.ssa. Margherita Napoli

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