Non è difficile diventare padre. Essere un padre: questo è difficile.
(Wilhelm Busch)

Far nascere un individuo e prendersene cura sono due aspetti differenti della genitorialità. Il primo è limitato al contributo biologico, mentre il secondo consiste nel rispondere efficacemente e prontamente ai suoi bisogni primari. Sono questi comportamenti parentali che guidano l’instaurarsi del primo e profondo legame di attaccamento tra il piccolo e i suoi caregivers e che ne influenzerà il successivo sviluppo.

Fino ad alcuni decenni fa, la cura dei figli era quasi esclusivamente prerogativa delle madri, considerate la prima figura di riferimento per via della gestazione e dell’allattamento. Esse prediligono atteggiamenti di conforto, come il cullare e il prendere in braccio, a differenza dei padri che optano per stimolazioni fisiche più vigorose. Questo ha contribuito a renderli “i migliori compagni di gioco” per i loro figli, seppur limitando il coinvolgimento alle attività volte a sollecitare l’acquisizione di competenze motorie e sociali. Il ruolo centrale materno, inoltre, ha reso la relazione padre-bambino di tipo triadico, con grosse ripercussioni sulla qualità del rapporto coniugale. Situazioni conflittuali, una struttura non monogamica, divorzi, vivere lontano dal nucleo possono intaccare l’autoefficacia del padre, portando a un suo disinvestimento parentale. Le evidenze dimostrano come crescere con un “padre assente” mini il sano sviluppo socio-cognitivo del bambino, aumentando il rischio d’insorgenza di problemi comportamentali già dalla prima infanzia.

Tuttavia, il ruolo non più secondario nella cura della prole nasce da quei profondi cambiamenti nella società industrializzate che hanno aperto nuove possibilità. I confini fra le attività sessualmente tipicizzate sono diventati meno rigidi e l’assunzione di nuovi ruoli da parte della donna ha determinato un potenziale allontanamento dalle propensioni biologiche legate alla crescita dei figli. Di conseguenza, è apparso necessario un maggior investimento paterno. Il ruolo del padre è diventato più incisivo all’interno delle pareti domestiche e più partecipe nella cura della casa e nell’allevamento dei figli.

Un tempo si credeva che il suo ruolo fosse riconducibile soltanto al concetto di “responsabilità”, provvedendo all’organizzazione delle risorse, alla pianificazione e al controllo degli aspetti economici. Oggi, invece, assistiamo al suo coinvolgimento diretto nell’interazione con il bambino e ad una maggiore presenza e disponibilità, ben lontana da quell’idea tradizionalista di padre autoritario e padrone. La paternità perde il carattere normativo distanziato dal mondo emotivo del bambino e rivendica maggiore spazio nel suo accudimento. I padri non sono più soltanto mariti, disinteressati ai bisogni dei figli, ma diventano papà attenti e responsivi in grado di fondare la relazione sull’affetto e la condivisione. Possono essere i loro eroi, fornendo un adeguato modello identificativo per diventare uomini saggi e rispettosi. Per le figlie, invece, rappresentano l’ideale del “principe azzurro”, ricercando in età adulta un partner che rispecchi quelle qualità di protezione e cura ricevute da bambine.

Dott.ssa. Michela Iania
Dott.ssa. Monica Chiovoloni
Dott.ssa. Margherita Napoli

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