Mentre noi non possiamo essere capaci di controllare ciò che ci succede, noi possiamo controllare ciò che accade dentro di noi.
(Benjamin Franklin)

L’aumento dei casi di Covid-19 ha condotto il governo, lo scorso marzo, a una chiusura totale del Paese per limitare la diffusione del contagio. In questo clima di isolamento e stress, i disturbi alimentari hanno trovato un’aggravante. A causa dell’attività ridotta, della noia e dell’insofferenza, molte persone hanno iniziato a vivere in un costante stato di fame emotiva. Non è difficile comprendere quanto sia appagante e consolatorio concedersi qualche “peccato di gola” quando si è giù di morale. Se nei soggetti sani l’incertezza del domani e la lontananza dai propri cari ha condotto a iper alimentarsi durante la fase del lockdown, in quelle persone che già da tempo lottavano contro i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) si è assistito ad un peggioramento dei sintomi e all’incremento delle cosiddette “abbuffate”. Con il termine abbuffata ci riferiamo al “mangiare in un determinato e definito periodo di tempo una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili” (definizione tratta dal DSM-5). 

Il Binge Eating Disorder è un disturbo che comporta ricorrenti episodi di abbuffate, correlate alla sensazione di perdita di controllo durante l’alimentazione, in assenza di condotte compensatorie (digiuno, vomito, esercizio fisico, assunzione di lassativi o diuretici). Il senso di vuoto emotivo, la solitudine e la mancanza di affetto portano il soggetto a mangiare fino a sentirsi spiacevolmente pieno nel disperato tentativo di riempire la voragine che ha dentro. L’appagamento è effimero ed è legato solo all’ingestione compulsiva, poiché una volta terminato sopraggiunge il senso di colpa e l’imbarazzo per l’accaduto. L’incapacità di far fronte a eventi di vita stressanti e di gestire le emozioni a esso associate, come in questo caso la particolare circostanza creata dal lockdown, ha portato questi soggetti a scaricare ansie e allo stesso tempo ricercare conforto e stabilità nella presenza rassicurante del cibo sempre a portata di mano. Il disgusto per se stessi e per il proprio aspetto, la consapevolezza di essersi fatti nuovamente del male conducono queste persone a mantenere segreta questa modalità alimentare, che però viene svelata durante il lockdown a causa dei pasti consumati in famiglia, aggravando il livello del disagio. I familiari non sanno come aiutare i loro cari che ne sono afflitti, per questo è importante richiedere in modo tempestivo il supporto di uno psichiatra o di uno psicologo per aiutare chi ne soffre e anche chi gli sta vicino. Le stime del Ministero della Salute hanno registrato un aumento allarmante del 30% dei casi di DCA nei giovani, durante i mesi di quarantena. Una recente ricerca dell’Università di Padova ha rilevato un aumento dell’incidenza di tali disordini durante la Fase 1, caratterizzata dalle massicce restrizioni, per poi andare incontro a un decremento con l’allentarsi della stretta. Le conseguenze del confinamento forzato sui comportamenti alimentari non vanno sottovalutate e bisognerebbe prendere in considerazione l’introduzione di misure preventive di supporto psicologico, atte a contenere il loro aggravarsi, in un’ottica di futuri possibili lockdown.

Dott.ssa Michela Iania
Dott.ssa Monica Chiovoloni
Dott.ssa Margherita Napoli

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