Negli anni ‘60 l’utilizzo del termine “burnout”, letteralmente “bruciato, esaurito”, si diffuse e venne adoperato per la prima volta in ambito socio-sanitario, per riferirsi a pazienti che parevano senza risorse, forze ed energie, apparentemente spenti, senza vita e senza motivazione. Generalmente il burnout può manifestarsi in tutte quelle professioni con implicazioni relazionali molto accentuate sia verso clienti esterni sia interni al luogo di lavoro. Si manifesta come una particolare forma di reazione emotiva, cognitiva e comportamentale, messa in atto da chi percepisce come emotivamente stressante il contatto continuato nel tempo con persone che si trovano in una situazione di disagio o di sofferenza fisica, psichica o sociale. L’operatore affetto da questa sindrome, si esaurisce emotivamente e fisicamente, sente di non essere più in grado di dare qualcosa agli altri e, di conseguenza, tenta di sottrarsi alle proprie competenze, riducendo al minimo indispensabile il contatto con l’altro all’interno della relazione.

Non è sempre facile individuare le cause scatenanti la sindrome di burnout, ma si può dire con certezza che questa malattia è in costante e graduale aumento, soprattutto tra i lavoratori dei paesi occidentalizzati attrezzati con una tecnologia sempre più avanzata e con regole di lavoro sempre più complesse.

La sindrome da burnout è l’esito patologico di un processo stressogeno che colpisce in generale le persone che esercitano professioni d’aiuto, qualora queste non rispondano in maniera adeguata ai carichi eccessivi di stress a cui il loro lavoro li sottopone.

Questa sindrome è caratterizzata da segni e sintomi psicosomatici gravi come: mal di testa, contratture muscolari, ipertensione arteriosa, disturbi gastrointestinali, affaticamento fisico e mentale, insonnia e potrebbe arrivare persino alla depressione. In uno stadio più grave e conclamato, si manifesta attraverso un disinteresse totale rispetto all’attività lavorativa, ed una sintomatologia psichica e fisica che si manifestano con diversi livelli di gravità.

Ne deriva una sindrome caratterizzata come  C. Maslach ci suggerisce, da tre dimensioni o fasi: l’esaurimento emotivo, la depersonalizzazione e la ridotta realizzazione personale, ciascuna delle quali contribuisce al manifestarsi dell’altra. 

  • L’esaurimento emotivo: consiste nell’ essere emotivamente svuotato e annullato dal proprio lavoro, a causa soprattutto nel non sbilanciarsi emotivamente nel rapporto con gli altri.
  • La depersonalizzazione: si manifesta come un atteggiamento d’allontanamento e di rifiuto nei confronti di coloro che richiedono o ricevono il servizio, la cura, o più in generale la prestazione professionale. Tali atteggiamenti negativi che all’inizio sono rivolti all’esterno, avanzano a tal punto che il soggetto li rivolge anche verso sé stesso. Ne deriva che l’individuo prova senso di colpa e percepisce di essere diventato freddo e distaccato.
  • Sensazione di ridotta realizzazione personale sul lavoro: vengono meno la percezione di essere competenti nel proprio lavoro e il desiderio di successo che spinge il soggetto ad agire e svolgere la propria mansione al meglio delle sue capacità. Diminuisce l’autostima e possono manifestarsi anche sintomi depressivi.

Il burnout non è direttamente associato ad eventi di vita traumatici, ma con lo stress cronico (strain) giornaliero provato sul lavoro.

Dott. Gianmarco Tafuro
Dott.ssa Margherita Napoli

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