Non esiste un metodo universale per uscire da hikikomori, esattamente come non esiste un’unica causa scatenante.

La famiglia senz’altro può contribuire in maniera significativa nel determinare il futuro del proprio figlio, ma purtroppo vi è la tendenza a voler risolvere la situazione da soli, senza chiedere consulenza ad un esperto esterno, e spesso quindi non si fa che peggiorare le cose. Esistono sistemi molto diversi per risolvere il problema, ma tutti concordano nel
riconoscere che i genitori, da soli, non possono fare molto.

Di base i trattamenti si dividono in due categorie: individuali e di gruppo. Le terapie di gruppo si basano su un percorso di socializzazione, in modo da permettere agli hikikomori di interagire con persone con problemi simili, da cui quindi non si sentiranno giudicati. I trattamenti individuali, invece, puntano a risolvere i problemi specifici del paziente analizzandone le cause e i sintomi. Le terapie individuali sono gestite di solito da psicologi,
psichiatri ed esperti del settore. Si rivolgono principalmente al soggetto hikikomori ma in molti casi comprendono anche la famiglia, che va riabilitata in parallelo. Infine c’è anche una terza categoria che combina insieme terapie individuali e di gruppo, con un programma di trattamento più intensivo.

Di fondamentale importanza è l’affiancamento della figura dello psicologo durante un periodo delicato quale l’adolescenza. Troppo spesso la trascuratezza di sintomatologie importanti porta all’aggravarsi della situazione, finché non è troppo tardi.
Sono state proposte da parte di numerosi autori diverse tipologie di cure da sottoporre agli hikikomori. In primis, citiamo la psicoterapia che viene svolta a domicilio una volta a settimana con il soggetto autorecluso, che passa attraverso tre fasi distinte, di assessment, counseling e coordinazione.
Vi è poi la cybertherapy, la nuova frontiera della terapia che basa il rapporto fra pazienti e psicologo interamente sul web, attraverso lo scambio di mail, video o piattaforme che utilizzano avatar.
Fa parte delle terapie individuali l’approccio sulla discussione e risoluzione di traumi passati circa il rapporto con i genitori. Si sostiene inoltre la possibilità che il vero problema non risieda direttamente nell’hikikomori, quanto invece nell’infelicità delle madri di questi ragazzi, motivo per cui un’altra tipologia di terapia è incentrata sul dialogo sia con i genitori
che con i ragazzi autoreclusi. Watanabe Takeshi, psicoterapeuta giapponese, unisce la sua passione per la musica alla psicologia, proponendo una terapia basata sulla somministrazione di canzoni in base allo stato psichico ed emotivo del paziente. Ritiene infatti che lo stato di hikikomori, che di per sé implica distacco e chiusura, crei il presupposto per creare nuove consapevolezze del sé e stimoli la capacità creativa fino ad allora rimasta inespressa.

La terapia di gruppo, invece, si svolge all’interno di una struttura medica, dove un ristretto gruppo di pazienti, dai tre agli otto, viene gestito e guidato da uno psichiatra. L’intenzione è che i pazienti del gruppo traggano beneficio l’uno dagli altri.
Un’altra forma di terapia consiste nel day-care psichiatrico. È un programma che non impone un preciso ritmo di partecipazione e si concentra nel creare un’area priva di stress per i pazienti. L’obiettivo è quello di incoraggiare l’hikikomori a partecipare alle attività di gruppo e a conoscere nuovi amici e viene considerato un passaggio intermedio tra la
terapia individuale e la reintroduzione in società. Infine, si citano le free school, che costituiscono una valida alternativa alla scuola pubblica per quei ragazzi che per qualsiasi motivo non riescono a frequentarla.
Fuori dall’ambito medico, invece, troviamo le “sorelle in affitto”, si tratta di
un’organizzazione di ragazze che frequentano regolarmente le case degli hikikomori, per ottenere la loro fiducia fino a farsi aprire la porta e infine cercano di convincerli a seguirle presso l’istituto verso cui operano.
Diversi sono quindi gli approcci terapeutici a disposizione dell’hikikomori che vuole abbandonare il suo stato, a seconda di quale si adatti meglio alla persona.

Dott. Gianmarco Tafuro
Dott.ssa Margherita Napoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *