Sono anni ormai che lavoro nell’ambito della psicologia della terza età e un settore a me caro è quello del lavoro con anziani con demenza. La demenza è una patologia neurodegenerativa che colpisce le funzioni cognitive (memoria, attenzione, orientamento, scrittura, etc.). Oggi vorrei soffermarmi sulle terapie non farmacologiche che sempre più spesso vengono consigliate anche dai medici. Ma vediamo la questione più nel dettaglio.

Negli ultimi anni inizio a sentire sempre più spesso, nei convegni dedicati, medici testimoniare che i malati di demenza rispondono poco alla terapia farmacologica, che le medicine spesso riducono determinati sintomi, ma non li curano a fondo, e che spesso i medesimi risultati ottenuti con determinate medicine possono essere ottenuti anche con interventi psico-sociali. Un articolo (Scarmeas e coll., “Influenza delle attività del tempo libero sull’incidenza della malattia di Alzheimer”. Neurology 2001, 12:2236-42.) mostra come le attività piacevoli con cui una persona si tiene occupata nel tempo libero abbiano un effetto positivo nel proteggere dallo sviluppo di decadimento cognitivo. Gli Autori hanno trovato che “il rischio di demenza diminuiva nei soggetti con molte attività del tempo libero. L’associazione fra alto impegno in attività del tempo libero e diminuzione del rischio di incidenza di demenza era presente anche quando la prestazione cognitiva di base era bassa, quando limitazioni fisiche interferivano con lo svolgimento dell’attività desiderata e quando si tenevano in considerazione disturbi cerebrovascolari e depressione.” Se ne conclude che “l’essere occupati in attività piacevoli può ridurre il rischio di incidenza di demenza, probabilmente fornendo una riserva che ritarda l’inizio delle manifestazioni cliniche del disturbo.” È di particolare rilievo il fatto che le attività studiate non hanno una particolare valenza terapeutica, ma sono genericamente gli hobby e i divertimenti spontaneamente scelti dalle persone (Marina Boccardi, LA RIABILITAZIONE nella DEMENZA grave. Erickson, 2007).

La riabilitazione cognitiva, dunque, ha un suo potere intrinseco, non soltanto perché permette all’anziano di essere stimolato nelle funzioni cognitive specifiche in declino, ma anche perché, nel mio modo di lavorare, la relazione instaurata con l’anziano è una relazione che cura: un relazione pulita da ogni giudizio e pregiudizio, dove l’errore dell’anziano non viene criticato e giudicato, ma accolto e trasformato in un trampolino di lancio per migliorare. Solo partendo da un errore cognitivo possiamo correggerlo e ridefinirlo. Nelle mie terapie spesso gli anziani sono stimolati alla risata, alla leggerezza e l’empatia che si crea con loro aumenta indubbiamente la loro qualità di vita. Non importa se non ricordano il mio nome o quando ci vedremo la prossima volta, l’importante è che sono consapevolmente all’interno di un processo “riabilitativo” che gli permette di sentire che c’è ancora una speranza, che c’è ancora tanto da poter fare e che la qualità della vita dipende dal loro impegno costante. Bisogna sempre tenere bene a mente che l’essere umano non è fatto di una mente separata dal corpo, che si ammalano separatamente e che vanno curati in modo diverso; non possiamo separare la mente dal corpo anche perché mente più corpo nel loro insieme, sono molto più della somma delle parti, perciò l’anziano va considerato nella sua totalità.

La riabilitazione cognitiva, in un malattia neurodegenerativa, non porta alla risoluzione della patologia, ma ha effetti dimostrati sul rallentamento del processo degenerativo e sul miglioramento della qualità di vita dell’anziano.

Dott.ssa Alessandra Perilli, psicologa esperta in demenza

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