Una delle cose più importanti per vivere una vita sufficientemente felice è la capacità di elaborare il lutto. Paradossalmente questa capacità è ancora più importante della capacità di riconoscere, creare e procurarsi il piacere. Noi nasciamo dotati solo di potenzialità che ci consentono di sviluppare questa capacità e affinchè possa essere acquisita, strutturata e consolidata è necessario un lungo e complesso lavorio che durerà tutta la vita, ma le cui radici vengono già poste nelle relazioni fondanti di base con gli adulti che si occupano di noi nei primissimi tempi della nostra vita, quando prende forma e si struttura il Sé nei suoi aspetti basilari. Non è vero che il dolore faccia bene e che tempri il carattere; il dolore fa sempre male ed evitarlo è sano. Purtroppo non tutto il dolore è evitabile. La vita già solo nel suo normale svolgersi comporta l’esperienza del dolore in generale e proprio per questo la base della salute sta nella capacità di elaborare il lutto della perdita. Viversi il proprio dolore è una cosa che si apprende attraverso le esperienze di vita, apprendiamo soprattutto i modi per cercare di rendere più tollerabile il dolore mentale e possiamo chiamare “depressivo” quel dolore mentale proprio dell’esperienza di perdita di qualcosa di buono che possedevamo o che eravamo. Il dolore della perdita si presenta sempre quando percepiamo di aver perduto qualcosa di buono ed è normale che si presenti, infatti è segno di un buon funzionamento mentale. Il dolore depressivo è l’emozione adeguata che ci segnala la percezione di questa perdita, poiché gli aspetti di base della mente sono a conoscenza di ciò e lo segnalano a viva voce; quindi si tratta di ascoltare e creare un adeguato “spazio mentale” che possa contenere tale dolore. Ecco che possiamo chiamare elaborazione del lutto quel particolare processo mentale, lungo e complesso, che conduce a rassegnarsi consapevolmente della perdita patita. E’ un processo lungo e articolato che conduce ad una progressiva e piena consapevolezza emotivo-cognitiva della perdita subita e ad una sua accettazione profonda. Quando le cose procedono bene nel tempo, il processo condurrà a collocare mentalmente nel passato ciò che nella realtà è passato, cioè in definitiva a lasciarlo. Frequente è il non considerare che, alla base di un malessere o di vere patologie mentali, vi sia un “lutto incompiuto” inteso come un passato che non è passato. Ecco che le emozioni giocano un ruolo fondamentale e spesso nella pratica clinica tra le mancate elaborazioni del lutto ve ne sono alcune dovute a reali incapacità di apprendimento della gestione delle emozioni. La gestione delle emozioni si fonda su schemi innati e su specifico apprendimento che si deve realizzare nelle relazioni fondanti di base. Le emozioni non sono semplici dati dell’esperienza, ma spingono all’azione il soggetto che riceve la comunicazione emotiva che necessita di essere gestita. Alla nascita possediamo degli schemi innati specifici che ci rendono possibili vari modi di gestire le emozioni ma per metterli in atto necessitiamo di un apprendimento selettivo specifico. Tale apprendimento rientra nei fenomeni evolutivi che si possono definire “apprendimento relazionale”. Da ciò deriva che non tutti i modi da noi posseduti di gestire le emozioni si svilupperanno, ma solo quelli che struttureremo nello specifico apprendimento relazionale nel nostro reale ambiente di vita con coloro con cui abbiamo instaurato relazioni fondanti di base. Insomma i modi di gestire le emozioni con maggiore o minore difficoltà possono essere appresi anche dall’adulto all’interno di esperienze relazionali significative. I modi fondamentali di apprendimento a gestire le emozioni sono collegati alle modalità relazionali proposteci da persone che si occupano di noi. Se questo apprendimento, per qualsiasi motivo è inadeguato, si può andare incontro ad una incapacità di elaborazione del lutto.

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