Secondo Jung, ogni uomo ha in sé una componente femminile chiamata Animus e ogni donna ha in sé una componente maschile chiamata Anima e questo permette all’individuo di interagire con la propria interiorità. Ma dovrebbe altresì, se non garantire, almeno facilitare la comprensione dell’interiorità dell’altro, percepirne i pensieri più reconditi, i bisogni… ma non è così. Il maschile sembra non essere riuscito ad integrare quella parte di Animus attraverso la quale mettersi in contatto con le infinite sfumature dell’emotività femminile. Ha preferito alimentare il lato Ombra scagliandosi con rabbia e aggressività contro colei da cui deve sentirsi enormemente minacciato a giudicare dai numerosi casi di femminicidio presenti sulle pagine di cronaca nera.

Secondo l’Istat, il 31;5% di donne di età compresa tra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della propria vita una forma di violenza fisica o sessuale, da partner o ex partner. E per il 68,8% questa è stata la causa principale che le ha portate ad interrompere la relazione.

In uno scenario in cui gli omicidi sono in calo, la violenza di genere sembra essere la prima causa di morte violenta per le donne. Associazioni ed esperte di questo fenomeno contestano i dati della polizia che parlano di soli 32 casi dall’inizio del 2018, contro una media di 120 casi ogni anno. Perché questa differenza? Presto detto, a calare sono le denunce, le segnalazioni alle forze dell’ordine, ma non i reati.  Nel nostro paese non esiste un Osservatorio Nazionale sulla violenza sulle donne e i dati raccolti si basano sui fatti di cronaca e quindi potrebbero essere ampiamente sottostimati.

Non che non esistano casi di violenza femminile nei confronti degli uomini, ma statisticamente, ahimè, l’aggressività maschile nei confronti della donna raggiunge indici di gran lunga più alti. E non parliamo solo di violenza fisica o di stalking. Ne esiste una molto più subdola, silente e di cui si parla poco, quella psicologica diretta a distruggere emotivamente, annientando l’autostima e il valore della donna.

Quali elementi provocano una tale crudeltà, una tale rabbia distruttiva? Cosa scatta nella mente di un uomo per concepire tali follie omicide?

I fattori scatenanti potrebbero essere diversi. Ma ce ne è uno che sembra spiccare maggiormente rispetto agli altri: la decisione della donna di mettere la parola fine ad un rapporto. L’uomo sembra essere incapace di accettare il termine di una relazione. Dietro a tutto questo si potrebbe scorgere l’abbandono che risveglia vecchi traumi infantili; l’orgoglio ferito per aver perso l’oggetto su cui si è proiettata la propria identità di maschio che, in quanto detentore del fallo, risente da sempre, a livello di inconscio collettivo del binomio archetipico “pene uguale potere e possesso”. “Gli uomini sono legati all’avere, all’oggetto, al possesso dell’oggetto, Lacan definisce questa tendenza al possesso dell’oggetto, all’avere questa spinta feticistica, come essere ingombrati dal fallo, gli uomini sono ingombrati dall’avere fallico…” (Massimo Recalcati)

Insomma l’universo femminile è diventato una minaccia per l’uomo o almeno è percepito come tale. Forse la donna si è emancipata troppo velocemente e questa evoluzione ha trovato l’uomo impreparato. Oppure la donna è andata oltre inglobando alcune caratteristiche maschili come l’intraprendenza, una certa aggressività, il coraggio, l’autonomia, riuscendo a ricoprire ruoli da sempre appartenuti al maschile e tralasciando doti di ricettività, accoglienza, comprensione, forse più rassicuranti per l’universo maschile.

Ci sono da considerare anche i fattori di rischio, tra cui la trasmissione intergenerazionale. Sembra che i figli che assistano alla violenza del padre nei confronti della madre abbiano una probabilità maggiore di diventare a loro volta violenti nei confronti delle loro compagne. E la cosa ancora più sconvolgente, che emerge dai dati, è che le donne piano, piano imparano a tollerarla e in alcuni casi anche a giustificarla.

Sono più che mai necessari interventi di prevenzione e sensibilizzazione per evitare che simili comportamenti diventino “normalità”, oltre ad una analisi approfondita delle dinamiche che scatenano una tale aggressività,ad oggi considerata di scarsa importanza.

Dott.sa Margherita Napoli

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