Teen movie americano sulla vita delle high school e i loro stereotipi, che racconta la storia di Bianca, una comune liceale che si rende conto di essere “l’amica sfigata strategicamente oscena” (A.S.S.O.) del suo gruppo di amiche. Bianca realizza che secondo questa teoria illustratagli da Wesley, capitano della squadra di football e re del ballo, in ogni gruppo di amici è sempre presente una persona che ha qualcosa in meno rispetto alle altre (meno attraente, meno brillante, meno simpatico, etc…) e che ha il compito inconsapevole di far apparire gli altri appartenenti al gruppo migliori rispetto a quello che realmente sono. Non volendo più essere l’A.S.S.O. Bianca chiede a Wesley di aiutarla a cambiare e diventare una ragazza popolare.

La struttura è molto simile a quella classica dei teen movie americani, dove la ragazza mostrata come “sfigata” e “bruttina” subisce una miracolosa trasformazione e diventa la reginetta del ballo, rubando la corona ed il ragazzo alla ragazza più popolare della scuola, tanto bella quanto perfida. The DUFF in modo innovativo mostra una nuova visione della trasformazione da nerd a queen, non più in modo drastico rendendo la ragazza l’opposto di quello che era prima e portandola a rinnegare se stessa e tutto ciò che la rappresentava, ma semplicemente mostrandola come un miglioramento della sua figura: una maggiore cura per se stessi e per il proprio aspetto fisico, rimanendo al tempo stesso, sempre fedeli a se stessi.

Tutto il film ruota intorno al concetto di etichette, del non soffermarsi alle apparenze e conoscere gli altri prima di poter trarre un giudizio. Le etichette vengono assegnate costantemente ed in ogni contesto (in famiglia, a scuola, tra amici) e spesso alcune di queste si “appiccicano” addosso in maniera permanente, condizionando il modo di comportarsi e di pensare a se stessi tanto da diventare dei veri e propri “miti”, definiti da Ferreira (1966) come un certo numero di opinioni ben sistematizzate e condivise concernenti i reciproci ruoli e la natura della relazione. Sono poi questi miti che penetrano nel profondo e modificano in maniera definitiva la percezione che si ha di se stessi, portando a credere ad un determinato mito di se stessi.

A tal proposito è molto indicativa la parte finale del film in cui Bianca, grazie all’aiuto delle sue migliori amiche e della madre, capisce che ognuno ha le proprie insicurezze e che bisogna solamente riuscire ad accettarsi, smetterla di preoccuparsi di ciò che pensano gli altri e concentrarsi invece su ciò che si pensa di se stessi, perché come dice lei stessa: “indipendentemente dalle etichette solo tu puoi definire te stesso”.

In secondo piano, ma che ben si collega al concetto di etichette, viene trattato il tema del bullismo e del cyberbullismo da diverse angolazioni: vengono difatti mostrate sia l’azione diretta del bullo sulla vittima, e dunque le minacce e la pubblica umiliazione sui social tramite video montati a regola d’arte per calunniare ed imbarazzare la protagonista; sia la connivenza degli altri compagni di scuola che supportati dalla massa fanno piovere insulti e prese in giro sulla vittima; sia l’indifferenza di tutti, poiché nessuno, a parte le sue due amiche, prova ad aiutarla, ma al contrario viene colpevolizzata ulteriormente in quanto si era messa da sola in una situazione compromettente. Significativo in questo senso è il momento in cui il preside, per andare in fondo alla questione e prevenire altri casi di cyberbullismo, decide di confiscare tutti gli smartphone e gli altri dispositivi mobili ed i compagni di scuola incolpano ed insultano Bianca, assegnandole la colpa di quel provvedimento, piuttosto che incolpare i veri responsabili. Tutto ciò accade perché spesso il bullo riesce, grazie alla propria autorità o carisma, a creare un alone di suggestione sul gruppo di pari,  riuscendo in questo modo a rafforzare la propria autorità e a conquistare il favore dei c.d. “attendenti”, ovvero dei bulli secondari che agiscono solamente perché rafforzati dal bullo stesso. Gli attendenti possono essere passivi, e dunque non partecipare in maniera diretta alle prevaricazioni ma alimentando un circolo vizioso in cui il silenzio va a legittimare le azioni dei bulli, oppure possono essere attivi, e dunque agire per paura di essere esclusi dal gruppo e vittimizzati a loro volta. Agire l’azione significa tra le altre anche ridere delle azioni del bullo, condividere e/o commentare il video o la foto che ritrae la vittima in situazioni imbarazzanti o compromettenti, minimizzare le azioni del bullo e colpevolizzare e denigrare ulteriormente la vittima.

The DUFF in conclusione è un film piacevole da guardare, utile per aprire un dialogo su uno dei temi più “caldi” degli adolescenti moderni, ovvero il bullismo e la sua evoluzione tecnologica, il cyberbullismo, ed uno dei temi “classici” dell’adolescenza, ovvero le etichette e l’imparare ad accettare se stessi per quello che si è.

Sono entrambi argomenti strettamente collegati tra loro ed a concetti più ampi, spesso assenti nei giovani di oggi: il rispetto dell’altro e l’empatia. Troppo spesso abituati alla disumanizzazione e alla percezione delle persone unicamente come avatar talmente lontani da diventare irreali, gli adolescenti moderni non sanno cosa sia il rispetto dell’altro e non conoscono la risonanza delle loro azioni: spesso, dato che “fa ridere” o “è virale”, non capendo o ignorando le emozioni di chi è vittima di una determinata etichetta o azione, le perpetrano per passare il tempo, guadagnare un “like” in più o semplicemente per non essere esclusi dal resto del gruppo.

Anche in questo caso la discussione di queste tematiche, in primis in famiglia ed in secundis nelle scuole, diventa di fondamentale importanza; i ragazzi devono conoscere questi argomenti per proteggersi e per prendere coscienza di ciò che effettivamente accade nelle loro vite, e gli adulti, insegnati e genitori invece devono conoscere la realtà dei millennial e acquisire gli strumenti che gli permettano di educare al meglio i ragazzi, in modo da interrompere comportamenti devianti, prevenire situazioni critiche ed aiutare nella maniera più idonea chi ne è vittima.

Dott.ssa Veronica Vizzari

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *