Il “culturismo” o “bodybuilding” è una disciplina che viene praticata per il raggiungimento di una condizione fisica in cui si vede aumentare la percentuale di massa magra a discapito di quella grassa attraverso l’allenamento con i pesi e un’alimentazione attentamente studiata per tale fine. È a cavallo tra il XIX e il XX secolo che quest’attività assume le connotazioni attuali: non solo manifestazione della propria forza fisica, ma principalmente esposizione di un corpo asciutto e muscoloso. Inizialmente il bodybuilding era praticato da una nicchia di appassionati fino a quando, negli anni settanta, divenne uno sport riconosciuto a livello internazionale e praticato da un numero sempre maggiore di persone. Contemporaneamente, come in altre discipline, si diffuse l’utilizzo di sostanze dopanti e illegali contro le quali, ancora oggi, le varie federazioni effettuano controlli serrati, ma che, purtroppo, non sono sufficienti ad arginare il fenomeno.

In uno sport i cui praticanti si definiscono fautori del benessere mentale e fisico, l’altra faccia della medaglia consiste, non solo nelle conseguenze nocive derivanti dall’utilizzo di sostanze anabolizzanti, ma in tutta una serie di problematiche psicofisiche spesso sottovalutate dai meno esperti. Con questo non si vuole escludere che anche altri sport, se praticati in modo inadeguato, possano avere conseguenze negative sul benessere personale, ma tutto questo risulta amplificato nel culturismo perché ciò che conta di più non è tanto la performance sportiva in sé ma la composizione corporea che si riesce ad ottenere, esattamente al contrario di tutti gli altri sport.

A fianco delle più note “anoressia” e “bulimia” ci troviamo di fronte a disturbi alimentari diversi che oggi affliggono una buona parte dei frequentatori delle palestre, con una percentuale sempre più alta di donne interessate. Con il termine “vigoressia”, “bigoressia” o “anoressia inversa” ci si riferisce, a partire dal 1993, a un disturbo psichico caratterizzato da una preoccupazione ossessiva e costante per il proprio tono muscolare, le sedute d’allenamento e l’alimentazione controllata. Questo conduce a una continua insoddisfazione verso il proprio corpo, una sempre maggiore “fame di grossezza”, un vero e proprio terrore di perdere la forma fisica ottenuta con tanti sacrifici e restrizioni e intensi vissuti di colpa qualora non ci si attenesse al proprio piano. Ne derivano comportamenti autopunitivi nell’infliggersi allenamenti pesanti e nel privarsi di quei piaceri quotidiani legati a occasioni sociali dalle quali ci si sottrae. L’isolamento affettivo diventa spesso inevitabile in quanto il culturista, evitando o denigrando tutte le situazioni in cui potrebbe incorrere nel pericolo di “sgarrare”, tende ad erigersi su un piedistallo e a snobbare tutto il resto delle persone non in grado di seguire un allenamento e una dieta ferrea quanto la sua, nascondendosi dietro la facciata di salutista e promotore delle buone abitudini.

L’aspetto patologico sta nel fatto che, anche di fronte a vari campanelli d’allarme, la persona interessata rifiuta l’idea di modificare il suo stile di vita malsano. Tra queste possibilità c’è sicuramente il “sovrallenamento”, condizione psicofisica dovuta allo squilibrio tra l’alta intensità dell’esercizio fisico e gli scarsi periodi di riposo e/o a un insufficiente apporto nutrizionale, che pongono il corpo in una costante situazione di stress e di deficit calorico. Tra i sintomi più evidenti ci sono: stanchezza cronica, calo della libido, riduzione della prestazione fisica, perdita dell’appetito ma desiderio incontrollabile di dolci, indolenzimento muscolare cronico e amenorrea nelle donne. In particolare, rispetto a quest’ultima voce, è bene menzionare la “sindrome ipotalamica da stress”, caratterizzata dalla perdita del ciclo mestruale per almeno 6 mesi a causa di un alterato funzionamento dell’ipotalamo divenuto incapace di rilasciare gonadotropine. La loro assenza impedisce la conseguente stimolazione dell’ipofisi e dell’ovaio, la produzione di estrogeni e progesterone non avviene e infine il ciclo si blocca. Si riscontra uno squilibrio endocrino legato a un deficit energetico al quale l’organismo risponde risparmiando su quelle funzioni non indispensabili per la sopravvivenza, come per l’appunto quella riproduttiva. La diagnosi è d’esclusione e le cause sono da ricercare in vari ambiti del funzionamento psicofisico. Può capitare che la sindrome ipotalamica sia la risposta a eventi traumatici isolati come un lutto o una separazione, ma, in realtà, è molto più facile incappare in casi i cui i motivi scatenanti sono stati: eccessivo esercizio fisico, introito calorico non regolare con restrizioni drastiche alternate spesso da abbuffate, desiderio di riconoscimento e perfezionismo, pensieri ossessivi cronici verso il proprio corpo e il cibo come preoccuparsi in continuazione di cosa e di quanto mangiare e mostrare una curiosità morbosa nella lettura di foodblog. Il “controllo” sembra essere la caratteristica psichica e comportamentale che accomuna queste donne, manifestato nella gestione delle emozioni, nel funzionamento cognitivo e nell’approccio al cibo e all’attività fisica.

Anche nella cura, piuttosto che agire solamente sull’ipogonadismo con terapie ormonali sostitutive, è bene tenere sempre in considerazione il fattore stressante e avvalersi della collaborazione di più figure professionali, tra cui sicuramente il nutrizionista e lo psicologo. Senza un adeguato sostegno, qualsiasi indicazione terapeutica, come ridurre o cessare del tutto l’attività fisica, verrà vissuta dalla ragazza in questione con estremo sconforto visti i suoi atteggiamenti ossessivi e potrebbe portare a un peggioramento dello stress e dei pensieri disfunzionali alla base del disturbo stesso.

Dott. ssa Margherita Napoli
Dott. ssa Viviana Ciavatta

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